Ciao Carlo, ho appena finito di leggere il tuo romanzo "Il Falsario di Reliquie" che ha vinto l'edizione 2015 del difficilissimo torneo Ioscrittore (https://www.ioscrittore.it/ Il che prevede che gli stessi autori leggano e giudichino dieci fra le altre opere in concorso. Vincitore assoluto, hai sbaragliato quasi 4.000 concorrenti. Il tuo è un romanzo che si inserisce in un filone classico, il giallo storico, ma, allo stesso tempo, ha una serie di caratteristiche originali: basato su eventi accaduti realmente, la scrittura volutamente moderna, l'accuratezza della lingua e della ricerca. Tra le righe, poi, si legge una rilettura critica della storia e della contemporaneità. Sono andata troppo oltre?

 

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16/05/2019, 13:41



Chi-ha-paura-del-manager-cattivo?-(seconda-parte)


 



(seconda parte) 

Un manager cattivo è cattivoanche come manager, ma non è detto che un manager buono, gentile, benevolente,paterno, sia necessariamente un buon manager. 
Nella prima partedell’articolo ho iniziato a tracciare le caratteristiche del "cattivomanager ma gentile" che ho incontrato più spesso nella mia vitaprofessionale, oramai (ahimè) lunga e variegata, che ha spaziato dallemultinazionali alle imprese familiari, dalle pubbliche amministrazioni alleaziende del lusso. 
Mi sono limitata ad alcune,ma invito i lettori ad arricchire l’elenco, attraverso i loro commenti, conquelle che hanno potuto osservare loro stessi.
 
Parliamo ripeto, di bravepersone, pessimi manager:  

6. Non è attento a capire ifini dell’organizzazione e non ha una propria visione in proposito. Se è nelsettore privato non si preoccupa troppo di capire il mercato, nel pubblico èpoco attento alle evoluzioni sociali e culturali (queste importanti anche nelprivato).Gioca di rimessa, aspetta chegli venga detto che cosa fare, trascura i segnali dell’esterno, se anche cogliele informazioni, non sempre è in grado di farne una sintesi personale,diventando, seppure ad un livello elevatissimo, un esecutore passivo dioperatività. Fa quello che gli viene chiesto. Può fare comodo ma non assolveuna parte importante del suo ruolo.   

7. Cerca di accontentaretutti, vuole evitare i conflitti e questo lo porta spesso a perdere di vista lepriorità, sacrificando a una buona relazione o al "quieto vivere" l’efficienzanel lungo periodo, con esiti, a volte, anche disastrosi, ma spesso nel plausogenerale. Va d’accordo con tutti, a spese dell’efficacia.  

8. Vuole essere amato. Vivemale il rischio dell’impopolarità, desidera essere apprezzato come persona e,qualche volta, questo desiderio di piacere lo porta a prendere decisioni cheincidono negativamente sul clima organizzativo e, nel tempo, sulla relazione.Evita di criticare, invece di provare a farlo in modo costruttivo. Per sentirsiin pace con se stesso arriva a non volere neanche più vedere i comportamentidisfunzionali, per convincersi in buona fede che va bene così. Rischia di nonessere né amato, né rispettato.  

9. Fa questioni di principio,dietro lo scudo dell’integrità, è rigido. Si mantiene sulle proprie posizionianche quando queste potrebbero essere (o di fatto lo sono) messe in discussionedai dati e dai mutamenti sopravvenuti. Dice di essere, si racconta, e può ancheessere percepito come, "tutto d’un pezzo", in realtà rischia diessere poco flessibile e sprovveduto di fronte ai cambiamenti. È una persona"retta" che si spezza ma non si piega in un mondo che cambia incontinuazione , scambiando per coerenza la mancanza di flessibilità.  

10. Sacrifica la propriavisione e la propria vita personale. Eccessivamente dedito al lavoro e al team,coltiva poco la propria dimensione privata. In questo modo può perdere di vistacategorie di interpretazione importante e sottovalutare le esigenze e i bisognidi chi ha una dedizione inferiore alla sua, investe eccessivamente sul lavoro erischia di sovraccaricare di significati esistenziali ed emotivi le relazionilavorative. Si può contare su di lui ma a un prezzo elevatissimo per se stessoe per gli altri.  

Non pretendo, con questoelenco, di aver esaurito l’argomento, volevo solo evidenziare come essere unmanager buono non significhi, necessariamente, essere un buon manager. 

E voi, che esempi avete? Chestorie conoscete?   

Per leggere la prima parte, clicca qui.


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