Ciao Carlo, ho appena finito di leggere il tuo romanzo "Il Falsario di Reliquie" che ha vinto l'edizione 2015 del difficilissimo torneo Ioscrittore (https://www.ioscrittore.it/ Il che prevede che gli stessi autori leggano e giudichino dieci fra le altre opere in concorso. Vincitore assoluto, hai sbaragliato quasi 4.000 concorrenti. Il tuo è un romanzo che si inserisce in un filone classico, il giallo storico, ma, allo stesso tempo, ha una serie di caratteristiche originali: basato su eventi accaduti realmente, la scrittura volutamente moderna, l'accuratezza della lingua e della ricerca. Tra le righe, poi, si legge una rilettura critica della storia e della contemporaneità. Sono andata troppo oltre?

 

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Facciamo finta che tu eri... 

Le infinite possibilità del sé

 

«Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti,»

scriveva Luigi Pirandello nel suo Uno, Nessuno e Centomila.

Nel contesto sociale, in cui siamo guidati dalle convenienze e dall’opportunità, la maschera non solo è accettata, è anzi necessaria. L’espressione delle emozioni autentiche viene scoraggiata e il garbo impone che, nella danza sociale, si finga di non provare pulsioni, emozioni forti o anche solo sentimenti.

Eppure oggi sul web e spesso nella storia, a trascinare le folle sono coloro che trascendono, che sono eccessivi nelle espressioni, anche se forse indossano la maschera dell’impulsività e dell’autenticità.

Perchè una maschera? La maschera per sembrare più fragile, la maschera per apparire più forte,

la maschera dell’invulnerabilità, per mostrarci feriti, per risparmiare una pena a noi stessi o agli altri,

per continuare a combattere, per manipolare: la maschera è uno strumento della relazione.

Mostriamo agli altri la nostra maschera e incontriamo persone che, a loro volta, ci mostrano le loro e viene il dubbio che, come in alcuni racconti fantastici, eliminato lo schermo, dietro vi sia il nulla.

Ma se la spontaneità è l’ultimo comportamento appreso che è diventato abitudine, la maschera è anche mezzo per riconoscersi e conoscersi, per proteggersi e attaccare perchè ci sentiamo fragili quando appariamo come crediamo di essere — cosa ben diversa da un elusivo e ideale come siamo realmente.

In un contesto che basa tutto sull’immagine delle maschere si parla male, forse perchè il mondo 

dell’apparenza è anche il mondo del si fa ma non si dice. Esse trionfano ovunque e ne abbiamo bisogno,

ma dobbiamo travestirci da persone che si scandalizzano della frode, altrimenti l’inganno non sarebbe perfetto. Mia nipote è un’attrice. Una volta abbiamo parlato degli esercizi con le maschere.

Mi ha detto: «È incredibile: quando metti una maschera con una determinata espressione, cambia il modo in cui ti senti e le tue azioni cambiano di conseguenza». Ho pensato a come sceglievo la maschera di carnevale quando ero bambina, prediligevo un travestimento che mi facesse sentire più vicina a ciò che volevo essere, ma poi, quando la indossavo, il risultato era deludente, perchè non ero la fatina o la farfalla, non ero che me stessa, travestita da fatina e da farfalla — e questo mi faceva sentire ancora più lontana dal mio desiderio.

Il primo passo verso il disinganno è l’ammissione dell’inganno. Questo vale soprattutto per l’auto-inganno.

Se accettassimo che una parte delle maschere è utile, persino necessaria potremmo gettare via quelle superflue e cercare noi stessi e gli altri, oltre la superficie. Non ero una fatina o una farfalla, ma potevo avere la mia magia e il mio modo di volare. E se le maschere fossero un’opportunità?

Se potessero essere un modo per scegliere non chi o che cosa ma come vogliamo essere e sentirci?

Se la maschera fosse un modo per sperimentare una dimensione ignota in forma di gioco prima di provarla mettendoci tutti noi stessi? Se potessimo metterci una maschera per capire gli altri, per entrare in sintonia con chi è diverso da noi? Ovunque nella letteratura, in psicologia, nel sentire comune, la maschera è vista come negativa, come la negazione di se stessi. Eppure che cos’è l’identità, intesa come coerenza del sé, che cosa vuol dire essere se stessi? E se la coerenza non fosse che l’ennesima maschera?

Se rifugiarsi nell’idea di sé non fosse che un altro e più pericoloso travestimento, addirittura un limite?

Un anonimo greco del quarto secolo a.C. ha scritto: «Il problema dell’identità non è chi siamo ma chi altro potremmo essere». Quando andiamo oltre la prigione dell’identità possiamo sperimentare la dimensione esplorativa del travestimento e sorridere di quelli altrui, guardare al gioco sociale come a un gigantesco ballo in maschera e sorridere lietamente di speranze e paure.

«Perché ciò non fosse, bisognerebbe che gli uomini avessero più coraggio e annullassero le convenzioni che essi hanno pattuito con la loro vanità e con il loro orgoglio, bisognerebbe che dimenticassero di aver mentito con gli altri per cercare di essere unicamente, religiosamente sinceri con se stessi; ma questo non è facile, specialmente nel momento in cui si è sopraffatti da una violenta emozione. Allora... allora si segue quello che si chiama il programma della nostra vita, e che, come tutti i programmi, essendo perfettamente logico, è completamente inadatto alla vita!» faceva dire Luigi Chiarelli a uno dei personaggi nel celebre La Maschera e il Volto. Quello che ci serve è il coraggio di rinunciare alla maschera-schermo che limita le nostre vite e scegliere la maschera-espressione per andare oltre noi stessi. 

 

 

PER APPROFONDIRE:

 

Luigi Chiarelli: La maschera e il volto — Edizioni Fratelli Treves — 2017 

Sigmund Freud: Il Disagio della Civiltà — Boringhieri — 1971 

Luigi Pirandello: Uno, Nessuno e Centomila — Feltrinelli — 2013 

David Roy: Masks and cultural contexts drama education and Anthropology — Vol. 7 (10), pp. 214 – 218), October — 2015 

Susan Sparks: The Masks That We Wear — Psychology Today — 2015 

 

 

Per leggere il numero completo clicca qui sotto

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